mercoledì 15 febbraio 2012

Adriano Celentakis (di Rita Pani)

Sogniamo tutti la Rivoluzione, però per fortuna tutti dopo ci svegliamo. Negli ultimi tre anni abbiamo guardato scorrere il sangue altrui, pensando che magari sarebbe stato bello vederne sgorgare un po’ dal corpo del nemico; poi si spegneva la Play 
Station e si riprendeva a vivere, in attesa della prossima battaglia da assaporare in diretta tv e dopo da dimenticare. Per esempio, che ne è stato della Libia nessuno se lo chiede più, anche se la camicia insanguinata di Gheddafi è stata venduta ad un’asta sul web.

“Ci vorrebbe la Rivoluzione” è diventata una sorta di mantra. È quel condizionale che fa la differenza, che ci protegge. Come ci dà sicurezza avvolgerci di pacifismo, di bontà e di solidarietà. “No, mai la guerra!” si sente dire, perché noi siamo evoluti, perché noi siamo meglio, perché noi abbiamo la democrazia, e il voto. Ed ora abbiamo anche le primarie che faranno fuori il PD, finalmente, che riporteranno l’Italia e il mondo a sinistra, là dove si deve stare per uscire dalle logiche capitalistiche che ci hanno ridotto così. Nella merda.
È chiaro che sto scrivendo stronzate, che Vendola con una sciarpa arancione al collo mi lascia perplessa quanto un altro a caso, che dovesse mostrare una maglietta viola. È chiaro che devo essermi persa qualcosa in questa vita irreale fatta di sogni spezzati da bruschi risvegli.

La Rivoluzione si sogna, si ammira, si guarda alla Grecia col pugno nel cuore, col respiro strozzato dalla preoccupazione, che comunque alla fine ci risolleva: noi non siamo a quei livelli. Che è un modo elegante per aiutarci a credere che noi si stia un po’ meglio. Anche quando è evidente – o almeno lo sarebbe se riuscissimo ad avere il coraggio di guardarci intorno – che ogni giorno muore un pezzo del mondo che ci sta accanto, che calpestiamo, che viviamo.

Sarà banale, ma ve lo ricordate quel negozio che stava in fondo alla via? Quello dove da bambini ci mandava la mamma a far le commissioni, quello dove c’era la commessa bona, quel negozio dove se ci andavi presto non trovavi la coda? Ecco, se quel negozio non c’è più, un pezzo della nostra vita è andato via insieme ad esso.

Una città messa a ferro e fuoco è un simbolo del mondo che cambia, della rivolta di chi non ne può più, dell’esasperazione che solo la fame e la perdita del diritto alla vita può innescare. Ed è un peccato, perché per come stanno le cose oggi, dovremmo aver capito che a guidare le rivoluzioni, troppo spesso non è la disperazione, ma il potere ancora più forte dei poteri forti. No, forse non è il caso della Grecia – popolo che ha davvero da insegnare – ma è per esempio il caso delle rivoluzioni nordafricane, quelle che oggi tacciono della miseria e della tragedia, della libertà che non c’è, dello strapotere dei petrolieri e dell’avvoltoio americano.

Guardiamo la Rivoluzione come se fosse un film, poi cambiamo canale, e troviamo il Festival di Sanremo. Io no – ci tengo a dirlo – ma se leggo che ieri sera sono stati in 14 milioni gli spettatori di quella puttanata, allora è giusto il noi, e tutto lo sconforto che ne segue.

Ogni volta che intorno a te muore un festival, un pezzo della tua vita se ne va. Se ne va l’occasione di sapere, di vedere, di sentire la musica. Se ne va il lavoro dei musicisti, dei compositori, dei macchinisti, del proprietario del Teatro, dell’omino che stacca i biglietti. Ogni giorno in Italia muoiono decine di Festival, che non hanno i soldi per sopravvivere. Sanremo no. Sopravvive e sempre più diventa simbolo di quella Rivoluzione che tutti sogniamo, che tutti aneliamo. L’anno scorso dissero, per esempio, che la vittoria di Vecchioni aveva dato inizio alla Rivoluzione. Inorridii e mi dissero che non capivo, che ero catastrofista, e che Vecchioni era un compagno (sic!) Oggi è il turno del Molleggiato, che con soli settecentocinquantamila euro, e tutti i comfort è diventato il nostro Mikis Theodorakis. (Mi vergogno)

Ed ecco! È questo il brusco risveglio. E mi riprendo, e me ne torno nel mio nulla, perché sennò ci sarebbe anche da aggiungere che il serio governo Monti, in occasione di Sanremo ha inviato la Finanza a controllare gli scontrini.
Sì torno a dormire …


Fonte: Blog diksa53a

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